Il Muscolo
Anatomia Del muscolo scheletrico
Il tessuto muscolare striato scheletrico è costituito da fibre muscolari:cellule di forma cilindrica e di grosse dimensioni.
Le caratteristiche strutturali e fisiologiche del muscolo scheletrico determinano molte delle risposte co
nseguenti ad uno stimolo.
Le fibre si associano tra loro formando i fasci muscolari.
Le fibre muscolari sono state distinte in Tipo I, Tipo IIA, Tipo IIB e Tipo IIC.
– Le fibre di Tipo I sono fibre rosse (ad alto contenuto di mioglobina) a contrazione lenta, hanno una ridotta capacità di immagazzinare glicogeno.
Tali fibre hanno un metabolismo aerobico e consentono esercizi di lunga durata, ma poco intensi.
– Le fibre Tipo IIA sono fibre bianche a contrazione rapida, munite di un apparato glicolitico notevolmente sviluppato, ma di un ridotto numero di mitocondri.
– Le fibre Tipo IIB sono fibre a contrazione rapida, dotate di una notevole capacità di immagazzinare glicogeno, di un apparato glicolitico ben sviluppato e di numerosi mitocondri.
Nello sport, infatti, il muscolo deve possedere qualità di forza, resistenza, prontezza, velocità ed estensibilità acquisite con un allenamento specifico spesso lungo e intensivo. Queste diverse caratteristiche sono basate su tre sistemi strettamente legati.
La struttura biomeccanica del muscolo (fig.1) (fibre di actina di miosina e aponeurosi di rivestimento) conferisce proprietà visco-elastiche e contrattili.
L’attività metabolica e i differenti tipi di fibre (tipo I, IIa e IIb) condizionano la potenza, la durata e l’inerzia dell’attività muscolare.
Il sistema neuromuscolare permette di regolare le attività volontarie, automatiche o riflesse intervenendo nel controllo posturale e gestuale proprio di ogni sport.
L’eccellente coordinazione e funzionamento di questi tre sistemi condizionano l’a
ttitudine sportiva ed il livello di prestazione. Se, per incidente o cattiva utilizzazione, uno di questi meccanismi è leso, tutto l’edificio fisiologico crolla, comportando la sospensione dell’attività sportiva per un periodo indeterminato con ripercussioni molto negative per un buon allenamento.
In ambito sportivo le lesioni muscolari acute sono di frequente riscontro in tutte le discipline sportive e la loro incidenza viene calcolata tra il 10 ed il 30% di tutti i traumi da sport.
Vediamo quindi di seguito quali sono le principali classificazioni delle lesioni muscolari, e i rispettivi percorsi terapeutico-riabilitativi.
Classificazione delle Lesioni Muscolari

Un primo elemento da considerare nelle classificazioni è rappresentato dalla natura diretta o indiretta del trauma (Craig, 1973).
In tal senso si possono distinguere (Tabella 1):
• Lesioni muscolari da trauma diretto, che secondo l’interpretazione classica, implicano l’esistenza di una forza agente direttamente dall’esterno.
• Lesioni muscolari da trauma indiretto, che presuppongono l’azione di meccanismi più complessi, e chiamano in causa forze lesive intrinseche, che si sviluppano nell’ambito del muscolo stesso o dell’apparato locomotore.
Riguardo la diversa localizzazione delle lesioni muscolari, che sono definite dirette ed indirette, si deve precisare che, pur nella varietà delle sedi muscolari interessate, l’azione contusiva si esplica, di fatto, preferibilmente sulle masse carnose dei muscoli. Per contro, nelle modalità traumatiche indirette, la via lesiva si estrinseca più spesso in prossimità della giunzione muscolo-tendinea, pur essendo possibili anche localizzazioni a livello del ventre muscolare. In ogni caso, la conseguenza anatomo-patologica dei traumi muscolari, tranne che per la contrattura e lo stiramento, è rappresentata sempre da un danno anatomico della fibra muscolare, con frequente coinvolgimento della parte connettivale ed eventualmente tendinea e delle strutture vascolari. La diversità delle espressioni anatomo-patologiche e cliniche è data, quindi, dall’entità del danno strutturale prodotto dal trauma.
| Lesioni da trauma diretto (contusione) |
| – grado lieve |
| – grado moderato |
| – grado severo |
| Lesioni da trauma indiretto |
| – contrattura |
| – stiramento |
| – strappo |
| – strappo di primo grado |
| – strappo di secondo grado |
| – strappo di terzo grado (rottura parziale o totale) |
Tabella 1. Classificazione delle lesioni muscolari.
1. CLASSIFICAZIONE DELLE LESIONI DA TRAUMA DIRETTO

Le lesioni muscolari da trauma diretto sono di natura contusiva. Spesso queste lesioni sono considerate come condizioni patologiche di secondaria importanza, destinate a guarire in tempi brevi, senza lasciare reliquati.
Tuttavia dal punto di vista anatomo-patologico, la rottura muscolare prodotta da tali traumi non differisce sostanzialmente da una lesione muscolar
e dovuta ad altro meccanismo. Poiché, dal punto di vista funzionale, lo stato di contrazione muscolare conseguente al trauma provoca una limitazione dell’escursione articolare, dovuta ad una ridotta estensibilità muscolare, in accordo con Reid (1992).
La classificazione delle lesioni muscolari da trauma diretto, si può dividerle in tre gradi, secondo la gravità, indirettamente indicata dall’arco di movimento effettuabile:
1. lesione muscolare di grado lieve: è consentita oltre la metà dello spettro di movimento;
2. lesione muscolare di grado moderato: è concessa meno della metà, ma più di 1/3 dello spettro di movimento;
3. lesione muscolare di grado severo: è permesso uno spettro di movimento inferiore ad 1/3.
2. CLASSIFICAZIONE DELLE LESIONI DA TRAUMA INDIRETTO
Vi è una certa confusione nella classificazione delle lesioni muscolari da trauma indiretto, soprattutto a causa dei diversi termini utilizzati dai vari autori anche come sinonimi. Si parla, infatti, di: contrattura, elongazione, stiramento, distrazione, strappo, rottura, lacerazione. Tali termini si riferiscono, in ogni caso a gradi diversi di gravità, identificabili dalle diverse manifestazioni anatomo-patologiche e cliniche della lesione. Qui di seguito sono illustrate per sommi capi due delle classificazioni più significative, che servono come spunto per proporre una classificazione che presenti una sua immediata facilità di comprensione ed applicabilità pratica. La suddivisione in tre livelli di gravità delle lesioni muscolari è proposta dall’American Medical Association (Craig, 1973), secondo la quale una lesione di primo grado è dovuta allo stiramento dell’unità muscolo-tendinea che provoca la rottura di solo alcune fibre muscolari o tendinee; la lesione di secondo grado è più severa della precedente, ma non vi è interruzione completa dell’unità muscolo-tendinea; infine la lesione di terzo grado si configura come una rottura completa dell’unità muscolo-tendinea. Reid (1992) suddivide le lesioni muscolari in tre tipi come illustrato nella Tabella 2.
| 1. lesione muscolare da esercizio fisico (dolore muscolare ritardato) |
| 2. strappo, di cui riconosce tre gradi (I,II,III): |
| I^ grado (lieve): |
| – danno strutturale minimo; |
| – piccola emorragia; |
| – guarigione in tempi brevi. |
| II^ grado (moderato): |
| – entità del danno variabile; |
| – rottura parziale; |
| – significativa perdita funzionale precoce. |
| III^ grado (severo): |
| – rottura completa; |
| – occorre aspirare l’ematoma; |
| – può essere necessario l’intervento chirurgico |
| 3. contusione (lieve – moderata – severa) |
Tabella 2. Classificazione delle lesioni muscolari, secondo Reid, 1992.
Muller-Wolfart (1992), distingue diversi gradi di lesione, a seconda dell’unità strutturale interessata: 1) stiramento muscolare
2) strappo delle fibra muscolare
3) strappo del fascio muscolare
4) strappo muscolare.
Secondo questo Autore, la differenza fra stiramento e strappo sarebbe di tipo qualitativo e non quantitativo; in pratica, nello stiramento non c’è mai rottura, anche se piccola, di fibre muscolari. Come si può notare, nelle proposte di classificazione che sono citate a puro titolo esemplificativo, gli elementi differenziali sono costituiti da alterazioni anatomo-patologiche ben definite. Le terminologie utilizzate hanno per lo più significati analoghi, e in tutte le classificazioni, vengono definiti gradi crescenti di gravità delle lesioni. A questo punto si propone una classificazione che ha la pretesa di essere chiara, pratica e semplice, e che al tempo stesso, tenga conto dei vari contributi presenti in letteratura. La classificazione perciò proposta distingue i traumi muscolari che originano da un meccanismo indiretto, in cinque livelli di gravità che vengono definiti:
1) contrattura
2) stiramento
3) strappo di primo, secondo e terzo grado.
I criteri adottati per distinguere i cinque livelli di gravità sono contemporaneamente di ordine anamnestico, sintomatologico ed anatomo-patologico.
1. Contrattura.
Si manifesta con dolore muscolare che insorge quasi sempre a distanza dall’attività sportiva, con una latenza variabile (dopo qualche ora o il giorno dopo), mal localizzato, dovuto ad un’alterazione diffusa del tono muscolare (criteri anamnestico e sintomatologico), imputabile ad uno stato di affaticamento del muscolo, in assenza di lesioni anatomiche evidenziabili macroscopicamente o al microscopio ottico (criterio anatomo patologico).
2. Stiramento.
È sempre conseguenza di un episodio doloroso acuto, insorto durante l’attività sportiva, il più delle volte ben localizzato, per cui il soggetto e costretto ad interrompere l’attività, pur non comportando necessariamente un’impotenza funzionale immediata, e del quale conserva un preciso ricordo anamnestico (criteri anamnestico e sintomatologico). Poiché dal punto di vista anatomo-patologico non sono presenti lacerazioni macroscopiche delle fibre, il disturbo può essere attribuito ad un’alterazione funzionale delle miofibrille, ad un’alterazione della conduzione neuro-muscolare oppure a lesioni sub microscopiche a livello del sarcomero. La conseguenza sul piano clinico è rappresentata dall’ipertono del muscolo, accompagnato da dolore.
3. Strappo.
Si manifesta con dolore acuto, violento che compare durante l’attività sportiva (criteri anamnestico
e sintomatologico comuni a tutti gli strappi), attribuibile alla lacerazione di un numero variabile di fibre muscolari. Lo strappo muscolare è sempre accompagnato da uno stravaso ematico (criterio anatomo-patologico comune), più o meno evidente a seconda dell’entità e della localizzazione della lesione e dall’integrità o meno delle fasce. La distinzione in gradi viene riferita alla quantità di tessuto muscolare lacerato (criterio anatomo-patologico) e comprende:
• strappo di I grado: lacerazione di poche miofibrille all’interno di un fascio muscolare, ma non dell’intero fascio;
• strappo di Il grado: lacerazione di uno o più fasci muscolari, che coinvolge meno dei 3/4 della superficie di sezione anatomica del muscolo in quel punto;
• strappo di III grado: rottura muscolare, che coinvolge più dei 3/4 della superficie di sezione anatomica del muscolo in quel punto e che può essere distinta in parziale (lacerazione imponente, ma incompleta della sezione del muscolo) o totale (lacerazione dell’intero ventre muscolare).
È importante sottolineare che, sul piano clinico, il confine tra stiramento e strappo muscolare di I grado è molto sfumato, specialmente in fase precoce, quando un eventuale stravaso ematico può non risultare ancora evidente. In tal caso, come si vedrà in seguito, la diagnosi deve fondarsi, oltre che sulle caratteristiche cliniche della lesione anche sulle risultanze dell’indagine ecografica, eseguita dopo 48-72 ore dal momento del trauma. È altresì importante sottolineare che la distinzione in tre gradi di gravità degli strappi muscolari non può essere che arbitraria, data la difficoltà pratica di quantizzare l’entità della lesione. Per semplicità vengono utilizzati solo tre gradi di gravità, ed il criterio adottato in questa circostanza, può essere definito come anatomo-patologico-funzionale.
Infatti, l’entità dello strappo di primo grado può essere facilmente apprezzata mediante l’ecografia, così come la rottura muscolare completa risulta facilmente identificabile. I problemi sorgono quando è necessario stabilire la gravità di una lesione “intermedia” che coinvolge più di un solo fascio muscolare, ma meno dell’intero muscolo. In questo caso si adotta un criterio definito anatomo-patologico-funzionale, che identifica lo strappo di secondo grado, come una lesione che coinvolge più di un solo fascio muscolare ma meno dei 3/4 dell’intera superficie di sezione anatomica del muscolo. Ciò significa che, nonostante la lesione, una buona parte del muscolo è ancora integra, il deficit funzionale è presente, ma non assoluto, ed il processo di guarigione può avvenire nell’ambito di un tessuto la cui funzionalità non è completamente compromessa. D’altra parte, quando il danno anatomico coinvolge approssimativamente più dei 3/4 della superficie di sezione anatomica del muscolo, la lesione è sicuramente imponente, il deficit funzionale è praticamente assoluto ed il processo di guarigione si deve instaurare nell’ambito di un tessuto la cui funzionalità è da considerarsi completamente compromessa. È interessante notare a questo proposito che è stato dimostrato che quando la lesione muscolare si estende per più del 50% della superficie di sezione anatomica, la riparazione avviene in non meno di 5 settimane (Pomeranz, 1993). È chiaro che l’entità della lesione, cioè la distinzione tra strappo di primo, secondo o terzo grado, può essere stabilita con buona approssimazione, solo grazie all’indagine ecografica.
Processo di Guarigione della Lesione Muscolare
Un danno causa la rottura dell`unità strutturale del tessuto connettivo.
Le diverse fasi di guarigione del tessuto connettivo non sono separate ed ognuna si concatena all`altra con una risposta che innesca la successiva fino a che la lesione è sostituita da tessuto cicatriziale. Pertanto la fase infiammatoria prepara la sede di lesione alla fase di riparazione e la fase di rimodellamento provvede alla forma definitiva del tessuto.
La fase infiammatoria (dal 1° al 5° giorno dal trauma).
La reazione infiammatoria iniziale induce modificazioni vascolari e cellulari, tutti i fenomeni vascolari sono responsabili dei segni classici dell`infiammazione: calor, rubor. tumor, dolor e laesa functio.
Il secondo momento della fase infiammatoria è la fagocitosi; infatti, nelle modificazioni cellulari i macrofagi aumentano di molto durante i primi 3-4 giorni e fagocitano qualsiasi sostanza con cui entrano in contatto, pulendo la ferita e preparandola alla successiva fase di riparazione.
I principi di trattamento chiamati RICE (Rest, Ice, Compression and Elevation) che utilizzano il riposo, il ghiaccio, la compressione e la postura declive nei primi 2-3 giorni dal danno possono contribuire a controllare il calore, il gonfiore ed il dolore ma non ad abolire il processo infiammatorio.
I farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) modificano la risposta antinfiammatoria, riducono il dolore e la temperatura inibendo la produzione di prostaglandine ritardando cosi la guarigione.
E` più appropriato permettere alla naturale risposta infiammatoria di procedere utilizzando solo analgesici come il paracetamolo per il controllo del dolore.
Inoltre blande manovre di massoterapia associate ad una mobilizzazione cauta spostano il liquido tissutale ed aumentano la possibilità di contatto dei macrofagi con i detriti cellulari promuovendo la guarigione.
Metodi fisici su base elettromagnetica (tecarterapia)o elettroterapici che hanno quest`effetto, come il ghiaccio e gli ultrasuoni sono un`aggiunta appropriata nei primi giorni dal trauma.
Fase di riparazione (dal 5° al 21° giorno).
Non appena il processo infiammatorio diminuisce d`intensità, il fibroblasto diventa la cellula dominante nella riparazione producendo il collagene e la sostanza basale amorfa che provvede a solidificare la ferita tramite formazione di legami crociati; una volta che i fibroblasti sono stimolati a produrre collagene, si verifica una rapida contrazione della ferita.
Inizialmente la formazione delle fibre collagene è casuale, il numero delle fibre collagene e la forza tensile della ferita aumentano sostanzialmente durante le prime settimane dopo il danno.
Fase di rimodellamento (dalla terza settimana in poi).
Ciò che assicura la struttura finale del tessuto cicatriziale è il processo di sintesi e degradazione del collagene e l`orientamento delle fibre.
Nella fase di rimodellamento le nuove fibre collagene tentano di assumere le caratteristiche fisiche del tessuto che stanno rimpiazzando; questo processo inizia effettivamente circa 21 giorni dopo il trauma.
Il tessuto cicatriziale iniziale è debole e immaturo ed inoltre le fibre sono orientate in tutte le direzioni su diversi piani.
Il rimodellamento permette a queste fibre disposte casualmente di riarrangiarsi secondo un orientamento sia lineare sia laterale.
Durante questa fase massoterpia ed una mobilizzazione entro il limite del dolore sono adatti a mantenere lo scorrimento del tessuto cicatriziale immaturo e a promuovere l`allineamento delle fibre, evitando cosi la formazione di aderenze.
Un`anormale ed eccessiva formazione di tessuto cicatriziale può risultare in una cicatrice ipertrofica o cheloidea.
La cicatrice ipertrofica si sviluppa quando si deposita un`eccessiva quantità di collagene all`interno dell`originale sede di ferita; la cicatrice cheloidea comporta un deposito eccessivo di collagene nel tessuto circostante la cicatrice.
L`eccessiva produzione di tessuto cicatriziale nelle strutture connettivali può dar luogo alla formazione di aderenze sia all`interno della struttura in guarigione sia nel tessuto circostante; tutto ciò ovviamente impedisce il ripristino della funzione e causa dolore.
In una lesione muscolare dove si è formato un eccessivo tessuto cicatriziale, il massaggio profondo è applicato per mobilizzare il tessuto cicatriziale esistente. Nel caso di persistenza della cicatrice esuberante si consiglia effettuare un`altra tecnica manuale: la fibrolisi (manuale o tramite fibrolisori); in genere si eseguono 3-4 sedute a cadenza settimanale.
Riassunto
Fase infiammatoria acuta precoce
– Riposo relativo;
– protocollo RICE;
– Cauto massaggio;
– Mobilizzazione cauta all`interno del range consentito dal dolore.
Riparazione
– Graduale aumento del movimento funzionale (quando nella ferita ci sia una sufficiente forza tensile al movimento opposto);
– Graduale aumento nella profondità del massaggio ;
– Graduale aumento del range di mobilizzazione.
Rimodellamento-
– Ritorno a stress meccanici normali per generare l`effetto piezoelettrico, che incoraggia l`allineamento delle fibre;
– Un più profondo massaggio per prevenire gli eccessivi legami crociati, e la conseguente formazione di aderenze.
Alla luce di tutto ciò si comprende quindi quanto sia importante che il trattamento fisioterapico segua i tempi di guarigione fissati dal processo di riparazione e che soprattutto questo deve essere rispettato in tutte le fasi del trattamento.
Il trattamento fisiochinesiterapico dell’atleta infortunato ha come scopo di:
1) limitare le conseguenze dell’azione lesiva sui tessuti interessati dal trauma
2) prevenire i danni futuri,
3) restituire il più rapidamente possibile l’atleta alle competizioni nel rispetto dei tempi di guarigione biologica.
Questi tre punti sono strettamente legati tra di loro e dipendenti dal trattamento attuato nella fase iniziale (24-48 ore).
Massaggio
La terapia manuale ,ed in particolare il massaggio, rappresentano un’arma terapeutica importante in mano ai fisioterapisti per una migliore efficacia ed un miglior risultato nel trattamento delle lesioni muscolari.
Il massaggio in questo caso è un particolare localizzato a livello del tessuto connettivo e consente di andare a lavorare sul muscolo ma anche su tendini e legamenti. La tecnica consiste nella manipolazione dei tessuti molli usando vari gradi di forza.
Il massaggio può essere variato in intensità a seconda che si tratti di lesioni acute o croniche perciò si parlerà di massaggio superficiale e profondo. Il massaggio superficiale va applicato in una fase iniziale di infiammazione,in quanto, a causa di un`agitazione dei fluidi tissutali, si può altrimenti determinare l`aumento dell`indice di fagocitosi. Questo tipo di trattamento va applicato nel primo o secondo giorno dopo la lesione, prima che sia iniziata la formazione del tessuto di cicatrizzazione, a patto che sia graduato in modo adeguato per evitare eccessivi sanguinamenti o perturbamenti del processo di guarigione della ferita.
Nella fase infiammatoria cronica, invece, il massaggio profondo produce effetti terapeutici che limitano e mobilizzano le aderenze.
Questo tipo di trattamento, se correttamente applicato, produce un effetto analgesico grazie alla vasodilatazione e ad un aumento del flusso sanguigno che facilita l’asportazione di sostanze irritanti chimiche responsabili dell’induzione del dolore ed il trasporto di sostanze oppiacee endogene.
Infatti, si pensa che sia proprio l’inibizione prodotta da sostanze oppiacee endogene tramite controlli inibitori degli stimoli dolorosi a determinare un durevole sollievo dal dolore; queste sostanze sono neurotrasmettitori inibitori che diminuiscono l’intensità del dolore trasmesso ai centri più alti. Il massaggio riduce il dolore grazie alla stimolazione dei meccanocettori a bassa soglia presenti nella cute che riducono l’eccitabilità delle terminazioni nocicettive tramite inibizione presinaptica “chiudendo il cancello`” al dolore.
Questo tipo di terapia permette una guarigione più veloce, una ripresa più rapida dell`attività sportiva ma anche un’assenza completa della formazione di cicatrici ipertrofiche, cheloidee e aderenze che invece risultano essere una complicanza molto frequente negli atleti, e che spesso espongono questi ultimi al rischio di recidive.
Recupero Funzionale
Trattamento terapeutico e la rieducazione funzionale dell’atleta infortunato
Le modalità di trattamento delle lesioni muscoloscheletriche e miotendinee si sono notevolmente modificate in questi ultimi anni, infatti, si è passati da una immobilizzazione assoluta ad una mobilizzazione precoce, i cui benefici sono ben noti.
Il tessuto muscolare possiede una componente cospicua di tessuto connettivo che rifornisce le cellule muscolari dei composti nutritivi necessari per il loro metabolismo e ne facilita la contrazione costituendo un`imbrigliatura ininterrotta di tessuto connettivo. Sebbene i muscoli scheletrici siano dotati di una certa capacità di rigenerare, la guarigione di lesioni cospicue dei ventri muscolari avviene in gran parte per la formazione di tessuto cicatriziale.
Un tessuto cicatriziale disorganizzato altera la capacità funzionale ed opera come una barriera fisica che si oppone alla rigenerazione delle fibre muscolari, oltre a pregiudicare le capacità contrattili e l’elasticità del muscolo stesso, limitandone l’efficienza.
A cicatrice formata ed a stabilità articolare acquisita inizio il recupero specifico che si propone di ricostruire il trofismo muscolare, lo schema motorio e la forza muscolare.
Oltre al trofismo e alla forza muscolare è necessario che l’atleta recuperi lo schema motorio, in pratica l’esecuzione di massima coordinazione del gesto sportivo. Per questo fine sono indicati esercizi di recupero articolare assistiti (attivi e passivi) da svolgere contemporaneamente agli esercizi per il trofismo muscolare. A recupero articolare avvenuto e completo si utilizzeranno le tecniche di facilitazione propriocettiva che consistono nella stimolazione dei recettori periferici a varia localizzazione (fusi neuro-muscolari, corpuscoli tendinei e recettori articolari) provocando una facilitazione dei circuiti sinaptici da cui deriva una migliore capacità di reclutamento delle unità motorie. Le varie possibilità di contrazione utilizzate in terapia devono rispettare le condizioni di funzionamento del muscolo nella prestazione atletica in modo che il recupero del gesto sportivo sia il più rapido possibile. Questi indirizzi di trattamento permettono il recupero dell’atleta in tempi brevi, con minimo rischio, mentre l’osservazione dell’atleta sul campo permette di giudicare l’avvenuta guarigione e concedere il ritorno all’agonismo.
Rieducazione dello Sportivo post-Trauma Muscolare
RIMESSA IN CAMPO DELL’ATLETA SPORTIVO
Il periodo che segue la fase acuta di un infortunio muscolare è quello più difficile, perché, statistiche alla mano è quello con il più alto tasso di recidive. Per questo è di fondamentale importanza :
1) Seguire il paziente costantemente e quotidianamente.
2) Non sottovalutare alcun tipo di fastidio o affaticamento riportato dall’atleta durante le sedute di palestra.
3) Non svolgere un lavoro protocolizzato e standard, ma valutare la scheda di lavoro caso per caso, senza forzare i tempi di recupero.
Si può tranquillamente dividere la fase di recupero in tre fasi:
1) Recupero dell’elasticità del muscolo.
2) Recupero della tono muscolare e della prestazione aerobica.
3) Ritorno in campo.
Nella prima fase è fondamentale eseguire un buon riscaldamento, si consiglia ad esempio un breve ma intenso massaggio del reparto infortunato, oppure 10′ /15′ di cyclette, se l’infortunio riguarda l’arto inferiore. In questa fase saranno predominanti gli esercizi di stretching (statico e dinamico), gli esercizi per la ROM (range of motion) articolare e blanda attività aerobica (camminata sul tapis roulant, elittica a basso livello, cyclette senza carico). Si eviteranno ovviamente gli esercizi di rinforzo che prevedono una contrazione concentrica, perchè in questa fase il muscolo è ancora contratto ed in “difesa” per via dell’infortunio quindi un ulteriore accorciamento potrebbe causare recidive.
Nella seconda fase invece, oltre a continuare con gli esercizi della fase (1), si possono introdurre esercizi di rinforzo muscolare con contrazione elastica, eccentrica ed isometrica. A questo rinforzo si aggiunge un lavoro di tipo aerobico per il recupero della forma fisica e per riabituare l’arto alla situazione di gioco,tra cui la corsa sul tapis roulant.
Nella terza ed ultima fase si possono eseguire esercizi con ogni tipo di contrazione, ma lo scopo principale in questo caso è il ritorno in campo, quindi si eseguiranno il più possibile esercizi similari allo sport dell’atleta, quindi : Attività anaerobiche (sprint, cambi di direzione, skip…), contrazioni esplosive (tappeto elastico, salite…) e gesto tecnico su superficie instabile (skimmy, bosu, tavolette..)
Al termine di questa fase si può considerare l’atleta completamente recuperato e pronto a riprendere l’attività sportiva con la squadra.